Vacanze in Tanzania, Kwediboma

Quest’estate, io e mio marito Marco siamo stati in vacanza in Tanzania. La prima settimana abbiamo girato i parchi del Serengeti e Ngorongoro mentre la seconda settimana abbiamo visitato il centro rosminiano di Kwediboma per poi concludere il viaggio nella mia città natale, Tanga, dove sono nata 51 anni fa da genitori italiani. Kwediboma è stata una tappa che abbiamo scelto perché mio padre Bruno, insieme a mia madre, vi erano stati negli anni ‘60 quando la missione era da poco avviata e avevano conosciuto una delle prime suore italiane, suor Silvestra, con cui sono rimasti in contatto fino alla sua scomparsa a Borgomanero.

Dal Serengeti abbiamo preso un piccolo aereo fino ad Arusha e da lì, una guida ci aspettava per portarci alla missione. Non nego che il viaggio è stato molto lungo e dopo il tramonto del sole, eravamo ancora a più di 100 km di distanza.
Suor Lilia ci chiama dicendoci che suor Alberta teme per la strada che non è asfaltata ed è molto brutta per 53 km. Noi però andiamo avanti, certi dell’esperienza di guida dell’autista e della potenza del fuoristrada. Dopo curve, sbalzi in mezzo alla polvere e al buio della notte a cui noi non siamo più abituati, arriviamo. Sono stanchissima ma appena scesa, vengo travolta da una energia che mi dà una forza per ridere, battere le mani, saltare di gioia. Di fronte a me, tanti bambini in pigiama che ci cantano canzoncine in swahili mentre una suora batte il ritmo sul tamburo. Uno spettacolo magnifico, che ti rigenera di tutta la fatica di 14 ore di viaggio. Dopo una buona cena, si corre a letto e si rimandano le chiacchiere al giorno dopo. La mattina, suor Lilia ci accompagna a visitare i dormitori dei bimbi orfani e dei ragazzini che frequentano la scuola primaria gestita da suor Demetria e la scuola materna seguita da suor Lilia. Non tutti i bimbi sono orfani. I loro genitori, pagando una retta, hanno la possibilità di farli studiare bene.
Infatti, il problema in Tanzania, è che le scuole pubbliche sono poche e capita che un solo maestro abbia anche 150 alunni!
Quindi visitiamo il refettorio, le cisterne per l’acqua, le stalle dove le suore mungono le mucche e l’orto. Con suor Alberta andiamo a vedere l’ospedale. In mezzo al nulla è una realtà impensabile.


Le donne possono partorire senza il rischio di morire solo perché il bimbo è podalico. Infatti, si pratica il cesareo in una sala operatoria che finalmente è attiva grazie ai contributi che giungono da vari sostenitori. C’è il reparto per i malati di malaria, gli ambulatori per i prelievi, una macchina per fare le ecografie. Da noi, tutto questo è scontato ma credetemi, in mezzo alla terra rossa e alle piante di banane, è un miracolo. Mi viene subito da pensare che l’uomo può compiere opere grandiose senza per questo andare in rovina. Sarebbe sufficiente che ognuno, nel proprio quotidiano, facesse quello che può per gli altri. Suor Lilia e suor Alberta non sono più giovani, hanno una trentina d’anni più di me, ma vi assicuro che di fronte alla loro forza, al loro coraggio, sono io quella più anziana. Loro non saranno mai anziane perché hanno una marcia in più che può provenire solo da una dimensione non terrena.
Ci viene subito la voglia di tornarci l’anno prossimo con i nostri figli di 9 e 13 anni perché siamo sicuri che possano apprendere più lì in un mese che non in un anno di scuola. I bimbi sono fantastici. Quel giorno è festa e quindi non sono a scuola ma giocano in cortile mentre i più grandi lavano, puliscono o fanno piccole faccende.

Visito le classi vuote, sbircio i loro quaderni, guardo le lavagne… Come vorrei che dopo questi anni preziosi ci fosse un domani assicurato per loro, con piccole officine di falegnameria o di sartoria o fattorie moderne e scuole con maestri. Un futuro per questi piccoli che ti corrono incontro per essere presi in braccio. Ognuno ha una storia pesante alle spalle. Chi è stato bruciato dalla propria madre impazzita, chi ha visto il padre ammazzare la propria madre… Qui, finalmente, sono chiamati tutti Gioia da Suor Lilia che
probabilmente riesce a farli sentire accolti e amati come figli unici. C’è una Guest House e invito, chi ne avesse voglia, di fare un salto e vedere che tutto questo non è un sogno ma realtà. Il mondo potrebbe ripartire da Kwediboma. Grazie alle suore rosminiane per il loro lavoro.

Se qualcuno fosse interessato ad avere delle informazioni in più e, magari, a voler contribuire a questa meravigliosa realtà, mi contatti senza esitare.

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