Parolacce: usarle è sinonimo di sincerità

Lunga e difficile la lotta di un genitore contro la tendenza dei bambini a ripetere con nonchalance anche la peggiore delle parolacce udite per caso, magari proprio da un adulto impegnato in una conversazione troppo accesa; ma è davvero così sbagliato usarle? Al di là delle valutazioni etiche e morali, sembra ci sia un lato positivo: secondo una relazione da poco pubblicata, dire le parolacce è sinonimo di sincerità.

Parolacce: hanno un lato buono?

Quando un bambino pronuncia la sua prima parolaccia, specie se è molto piccolo, è difficile capire come bisogna reagire. Non sempre viene rimproverato e, anzi, capita spesso che la risposta degli adulti che ha davanti sia una grassa risata, dettata dallo stupore e dal contrasto tra la virulenza espressiva del vocabolo utilizzato e la persona, così minuta e così innocente, che l’ha pronunciato. Probabilmente nessuno, però, vorrebbe che i suoi figli crescessero ritenendo giusto e divertente esprimersi a suon di parole sgradevoli: la parolaccia, il turpiloquio e in generale le espressioni verbali poco “carine” e offensive sono associate a qualcosa di negativo, alla violazione di un generale codice di condotta valido anche per i più piccoli improntato al rispetto dell’interlocutore.

Questione di prospettive

Per guardare all’uso di parolacce in modo diverso, bisogna necessariamente cambiare prospettiva e cercare di capire cosa si nasconde dietro alla necessità di ricorrere, magari troppo di frequente, al turpiloquio. Secondo un rapporto pubblicato sulla rivista Psicologia Sociale e della Scienza della Personalità, elaborato da un gruppo di lavoro di tutto rispetto composto da ricercatori provenienti da Regno Unito, Olanda, Hong Kong e Stati Uniti, molto spesso l’inconscio crea un collegamento tra uso delle parolacce e verità dell’affermazione.

I social specchio della realtà

Per giungere al risultato, i ricercatori hanno esaminato due gruppi di persone: uno ridotto, composto da 275 volontari e l’altro decisamente più esteso, composto da utenti del web. Sono state lette una gran quantità di conversazioni che si sono svolte su Facebook: 75.000 gli utenti sotto la lente degli scienziati, che hanno analizzato modalità espressive, scelta dei vocaboli e propensione all’uso di parolacce.

Il turpiloquio per parlare (tanto) di sé

Gli studiosi hanno scoperto che chi usa le parolacce è più incline ad esprimersi con frasi lunghe e articolate, nelle quali ritornano spesso parole rivelatrici del fatto che si sta dando voce al proprio pensiero; appaiono con grande frequenza “io” e “me” e modelli linguistici legati all’onestà. Al contrario, chi non si serve di espressioni colorite e turpiloqui, abitualmente formula periodi brevi e concisi e tende a non esporsi in modo eccessivo.

Il rapporto tra parolacce e onestà

Lo scopo dello studio, lo abbiamo accennato, era quello di verificare se esiste o meno una relazione tra l’uso di parolacce e l’onestà. In genere al ricorso a certi vocaboli forti, talvolta violenti e offensivi, si dà una connotazione negativa, come dimostra il fatto che si cerca di evitare che i bambini o i ragazzi abusino di questo mezzo espressivo, perché ritenuto scorretto e sgradevole.
La relazione è stata trovata e ritenuta coerente ma, un po’ a sorpresa, secondo i ricercatori non è per forza una relazione negativa. L’uso di parolacce e profanità è spesso considerato dalle persone un mezzo attraverso il quale poter esprimere in modo più vero e genuino le proprie opinioni e i propri più autentici sentimenti. Non si tratta soltanto del fatto di potersi sfogare liberamente e senza freni; chi usa le parolacce spesso ritiene di apparire più sincero e, come dimostrano alcuni noti esempi, così viene da molti davvero percepito.

I cattivi maestri

Come fanno notare i ricercatori, siamo molto lontani dai tempi in cui il linguaggio era sottoposto ad una dura revisione prima di diventare parola scritta o espressione verbale. Nella relazione riportano il caso emblematico del film Via col Vento, che fece scandalo (e non solo, dato che fu comminata una sanzione pecuniaria) con la frase “Francamente, me ne infischio!”, poi diventata un tormentone.
Oggi le cose stanno diversamente e i personaggi in vista sono proprio i primi ad utilizzare un linguaggio spesso poco gentile, sgraziato e ricco di parolacce e espressioni volgari. Ma, diversamente da quel che possiamo pensare, ciò non dipende (non sempre almeno) da un loro modo di essere poco piacevole; alla base di tutto c’è la volontà di costruire un “personaggio” che piaccia al pubblico e con il quale le persone si sentano in sintonia.
Esempio lampante di questa strategia, secondo gli autori, proprio il neoinsediato Presidente Trump: nonostante abbia diviso l’elettorato, ha fatto breccia nel cuore dei suoi sostenitori proprio con atteggiamenti beceri, linguaggio non certo politicamente corretto e tutta una serie di scelte che lo hanno reso, ai loro occhi, più vicino, più onesto e più sincero dei suoi avversari.

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