I nostri figli soffrono di whatsappite?

whatsappWhatsappite è la nuova malattia che si sta espandendo a vista d’occhio tra i giovani adolescenti nel momento che entrano in possesso di un cellulare. Per fortuna nulla a che vedere con malattie gravi ma solo di un’abitudine molto diffusa tra i ragazzi: mandare messaggi tramite whatsapp perché non costa nulla a differenza degli sms tradizionali.

Così, può accadere che si vedano in una sala d’aspetto di qualsiasi luogo (stazione di autobus, treni, aeroporti, ospedali, tanti giovani che digitano freneticamente sul proprio smartphone e magari rischiano di trascurare la propria ragazza/o che siede accanto e che se non ha nessuno con cui messaggiare si sente “out”, fuori posto.

Se si esagera, però, qualche risentimento fisico c’è! Una fastidiosa tendinite ai polsi. Quindi occhio a non abusare del cellulare per scrivere messaggi.

Ma i telefonini non sono solo forieri di cattive abitudini. Hai mai fatto caso alla velocità e al modo in cui un ragazzo digita un sms sul proprio cellulare? Lo tiene con entrambe le mani e digita le lettere con i pollici. Il pollice, dito unico che riesce ad opporsi alle altre dita, sta diventando il pollice “digitale”. Per questi adolescenti l’innovazione tecnologica sta offrendo una grande opportunità. Anche docenti di neurologia affermano che con l’uso intenso del pollice si producono cambiamenti a livello cerebrale.

L’uso di questo dito serve principalmente per afferrare gli oggetti, potendosi opporre alle altre dita. Quando gli si richiede un utilizzo diverso, come quello di premere dei tasti, si richiede ai circuiti cerebrali una performance maggiore.

Le conseguenze? Il dottor Mercuri, docente di neurologia all’università Tor Vergata di Roma, afferma che “l’impulso che passa dalla corteccia cerebrale alla mano aumenta la velocità, l’efficacia e la precisione con cui viene usato il pollice”. Quindi, in breve, questo modo nuovo di comunicare con gli sms, ha permesso di stimolare il cervello dei ragazzi, rendendo la loro mente più veloce.

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