Adolescenti e violenza

adolescensDispute e litigi esistono in tutte le famiglie. Sono inevitabili così come le discussioni in tutti i gruppi umani. Ma la vera violenza tra genitori e figli è bel altra cosa.

Le botte, le punizioni ingiuste vogliono umiliare e distruggere il più debole e cioè, in questi casi, il giovane. La violenza può anche essere mascherata sotto una grande “dolcezza” e chiamarsi ricatto affettivo. Tutto ciò che viene vietato in nome del “benessere del giovane”, è una forma più velata di violenza, cioè si basa su un ricatto affettivo: non devi fare quello per il tuo bene…

I genitori possono iniziare a praticare violenza sia fisica che non fin dalla più tenera età del bambino. Spesso i piccoli non oppongono reazioni ma iniziano a provare odio verso il proprio genitore anche se in maniera non del tutto consapevole. Questo odio accumulato per anni e messo a tacere può infine esplodere quando saranno più grandi. Così può accadere che da adolescenti siano i figli a praticare la violenza fisica sui loro genitori non più giovani perché è questo quello che hanno appreso durante la loro infanzia. In entrambi i casi la società dovrebbe avere gli strumenti per fermare genitori e figli violenti anche se purtroppo spesso non avviene e si arriva fino ad atti estremi, dove una delle parti, quella più debole, soccombe.

Le violenze sessuali sono sempre quelle più drammatiche perché lasciano nel giovane un segno indelebile e non facile da identificare. Ogni famiglia, anche quella più per bene, potrebbe nascondere fatti del genere ma la società perbenista tende a nascondere o a non voler cogliere certi segnali. Tutto rimane chiuso all’interno delle quattro mura domestiche, a volte con la complicità di qualche parente che sa ma non parla per paura o vergogna.

Un giovane che si accorgesse di suscitare anche senza volerlo il desiderio sessuale in un adulto, dovrebbe trovare la forza e il coraggio di parlarne subito con altri adulti di cui si fida come professori, educatori, parenti. La paura però è grande perché l’adolescente può sentirsi colpevole in prima persona anche se non lo è oppure, cosa ancor peggiore, può rischiare di non essere creduto. La soluzione e la prevenzione migliore in questi casi sarebbe proprio  trovare il coraggio di parlarne, perché solo così si può uscire da situazioni pericolose.

Una volta che i bambini diventano grandi, è il gruppo a prevalere all’interno della vita dei ragazzi. Non sono più i genitori i veri punti di riferimento ma il gruppo di amici. Dato che quando si è in gruppo ci si sente forti, spesso si ha voglia di non rispettare le regole della vita sociale. Questo può portare alla delinquenza. Poiché il bisogno di vivere in gruppo è vitale, bisogna essere molto forti e avere sviluppato una personalità solida per resistere alle pressioni esercitate dal gruppo.

Certi capibanda usano con violenza il proprio potere per trascinare i compagni in storie sbagliate come se si trattasse di atti di bravura. Ci vuole molto più coraggio e bravura a resistere a queste pressioni e mantenere il proprio senso critico, senza lasciarsi trascinare “perché lo fanno tutti”. Se necessario, l’adolescente dovrebbe avere il coraggio di lasciare il gruppo se non si trova d’accordo con quello che si fa al suo interno.

Ovviamente la paura fisica rende spesso un giovane incapace di ribellarsi alle regole del gruppo per paura di ritorsioni. L’arma del terrore è usata dai più grandi nei confronti dei più piccoli e deboli già all’uscita della scuola.

Parlarne con degli adulti può aiutare a trovare un appoggio esterno e soprattutto a capire che anche questi ragazzi che fanno tanto i forti, a ben guardarli non lo sono affatto ma anzi, sono deboli perché agiscono solo se in gruppo e cioè spalleggiati da altri.

Anche il suicidio è violenza, violenza contro noi stessi. Una risposta ad una violenza subita e dalla quale ci siamo sentiti “vinti”. Un grande desiderio di morire è anche un grande desiderio di vivere una vita diversa dalla propria perché morendo si vorrebbe in un certo senso dar vita a qualcosa di nuovo.

Attraverso la creatività e la condivisione si può trovare un modo per relativizzare la sofferenza. Si possono creare dei gruppi per suonare, mettere in scena o in musica la propria sofferenza e così facendo, esorcizzarla. Purtroppo molti giovani si isolano con il proprio Ipod, la televisione, i videogiochi. I ragazzi di oggi comunicano solo in maniera artificiale, attraverso gli sms, il cellulare, i social network. I contatti “veri”, reali, sono pochi. Così facendo si perde la creatività, l’inventiva, il gusto di condividere qualcosa insieme pur mantenendo il proprio senso critico e di appartenenza.

A volte i comuni o le istituzioni religiose si fanno promotori di gruppi. Si può farne parte ma a patto che non sia un obbligo ma perché ci si trova bene all’interno di quel gruppo. Se non si trovano gruppi già costituiti allora bisogna crearseli. Per risvegliare il desiderio di aiutare spesso è sufficiente avere un’idea e parlarne. Talvolta il risultato è magico, bisogna soltanto avere coraggio.

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